
2. La battaglia dei Piani d'Erna
Tra il 16 e il 19 ottobre 1943 i Piani d'Erna furono teatro di sanguinosi scontri che colpirono le formazioni partigiane.
Le operazioni di rastrellamento iniziarono tra il 16 e il 17 ottobre 1943 e si distinsero in due momenti specifici: il primo, durato fino al 18 ottobre, registrò l’occupazione della Valsassina, con la chiusura di tutti gli sbocchi delle vallate minori che scendevano verso il lago; il secondo, invece, corrispose agli scontri avvenuti presso la Capanna Stoppani, a Campo de’ Boi e al Pizzo d’Erna tra il 18 e il 20 ottobre.
Il 18 ottobre 1943 le colonne tedesche si attestano in Valle Imagna, in Val taleggio e sotto il Resegone, a mezzacosta dalla parte di Lecco. La mattina del 19, domenica, il gruppo più folto muove da Boazzo portandosi dietro alcuni giovani della Bonacina, ai quali hanno imposto di trasportare i cannoncini da montagna. Anche qui i partigiani hanno fatto come tutti gli altri: sono andati via. Dei 150 e più che formavano il sottosettore d’Erna e quello di Campo de’ Boi ne sono rimasti ben pochi, però questa volta i pochi rendono dura la salita dei tedeschi. Intorno al Campo, intorno alla capanna Stoppani, al Passo del Fo’ si accendono scontri vivaci. Nella boscaglia un gruppetto tiene un greppo, un altro una baita. Gli uomini sparano finché possono, poi arretrano o sfilano del tutto per non farsi circondare.
Ad alcuni, però, lo sganciamento non riesce. Due partigiani scesi da Erna verso Germanedo vengono catturati e fucilati sulle rive del Bione. Uno è di Saronno, l'altro è Aristide Valsecchi di Acquate. Le fucilate durano fino a sera. I tedeschi impiegano i loro mortai da 81 e pezzi da 152. Quando li adoperano, a Lecco si sente il rumore sordo dei colpi. Un po' alla volta i partigiani vanno, approfittano del buio per scappare nelle parti alte della Valsassina e delle valli bergamasche.
Il mattino del 20, l'ultimo rastrellamento, le poche fucilate diventano una battaglia. I tedeschi credono di aver fatto il vuoto, ma su al Pizzo è rimasto un gruppetto di slavi con qualche italiano e pochi altri prigionieri. Gli slavi, si capisce, sono i più decisi a resistere. Sono saliti in Erna seguendo gli altri che erano tanti, perché era il solo modo per non farsi riprendere dai tedeschi. Adesso che il gruppo si è sbandato non c'è la possibilità immediata di una guerra partigiana; davanti c'è un inverno di fame, di freddo, di continue fughe dai tedeschi e dai fascisti. Gli slavi, come gli altri prigionieri, non conoscono questa zona, qui non hanno casa di amici.
Il mattino presto i tedeschi attaccano i sentieri per i piani d’Erna, decisi a sloggiare chi vi è rimasto. I partigiani vedono distintamente salire in fila indiana gli alpini ma non sparano. Aspettano che siano più vicini, allo scoperto. Poi cominciano e il fuoco dura parecchie ore. È quasi sera quando non è più possibile sostenere la battaglia: guidati dagli italiani, gli slavi abbandonano il Pizzo per scendere dalla parte opposta, verso Morterone, coperti da due giovani che si sacrificano per loro: Demetrio Zoltan, un rumeno e un francese rimasto ignoto.
I partigiani conoscono sempre fin troppo bene i loro morti, anche se qualche volta cercano di nasconderli. In una formazione di 20 uomini, due o tre morti non sono una perdita da poco. Ma è sempre molto difficile stabilire quanti sono quelli dall'altra parte. La verità spesso non esce dai comandi militari e la stampa ufficiale non racconta mai le cose come stanno. Il giornale clandestino “l’Italia libera” scriverà nel numero del 1° dicembre a proposito dei fatti d’Erna: I tedeschi ebbero 15 morti di fronte ai cinque morti partigiani: due italiani, un francese, un inglese e un serbo.
È un fatto che l'ultima sera del rastrellamento la gente che abita nei paesi da dove partono i sentieri per il Pizzo vede scendere nel buio molte bare portate dei soldati tedeschi. E non possono essere che i loro morti. I ribelli, si sa, non meritano l'onore della sepoltura.
Ma non importa molto ai tedeschi adesso sapere quanti uomini abbiano ucciso. I tedeschi hanno mirato a disperdere gli sbandati, e dove sono arrivati loro c'è stato il vuoto. I tedeschi hanno voluto impedire ai partigiani ogni possibilità di rifugio per l'inverno, e dove hanno incontrato resistenza hanno incendiato rifugi, baite e cascine. A Erna, per esempio, tutte le cascine sono state bruciate e anche Costa e la Stoppani. Hanno voluto terrorizzare e nei paesi hanno sparato, hanno spaventato, portato via più di 100 ragazzi. Se del comandante Carenini non restano più tracce (e un giovanissimo partigiano passerà presto al nemico e contribuirà a molti arresti), Gaetano Invernizzi “Bonfiglio” è in salvo, accanto alla moglie Francesca Ciceri “Vera” (Approfondimento: Vera e Gaetano Invernizzi). Lui prenderà le redini del movimento sindacale a Milano, lei sarà tra le fondatrici dei Gruppi di Difesa della Donna. Si sono posti in salvo da Erna con pochissimi uomini, scendendo verso Calolziocorte, con due prigionieri repubblichini che lasceranno presto liberi.
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FONTI:
Puccio S. (1995), Una Resistenza, Editrice Stefanoni, Lecco
Storie di Resistenza: Il rastrellamento d'Erna
https://www.leccotoday.it/attualita/la-resistenza-armata-ai-piani-di-erna.html
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